C’era una volta un pipistrello che viveva in una caverna nascosta in un bosco e, a detta di tutti, era un tipo davvero originale.
Archimede, Archie per gli amici, era un inventore; mentre gli altri animali notturni, al calar delle tenebre, andavano a procacciarsi il cibo per poi tornare nelle loro tane, lui costruiva, montava e rimontava stranissimi marchingegni nella sua grotta. Nessuno sapeva che cosa fossero e a che cosa servissero, fatto sta che volava velocissimamente, avanti e indietro, legandosi alla zampa palloncini colorati e aggeggi mai visti.
In realtà Archie era così irrequieto e insoddisfatto perché aveva un solo grande desiderio: avrebbe voluto catturare la bellezza ma non sapeva come fare. Certe sere, attraversando tramonti infuocati e nuvole orlate d’oro, aveva provato ad attraversare il cielo trascinando con se’ tubi fosforescenti e barattoli di vetro. Aveva sperato di portarsi via almeno un po’ di quella meraviglia, ma era riuscito a prendere solo uno sciame di moscerini. Altre volte aveva collegato un imbuto, un sacco di iuta e un’elica con l’intento di raccogliere il profumo dei gelsomini nelle notti d’estate, ma gli era rimasta sul fondo solamente qualche foglia secca. Alla fine si era messo una piccola videocamera sulla fronte e aveva iniziato a riprendere dall’alto la città, che lo attraeva con le sue mille luci e le sue mille storie, scoprendo così che la bellezza si trovava anche nella vita degli esseri umani.
Prima che giungesse l’alba, il pipistrello tornava nella sua grotta, una camera oscura piena di alambicchi, di vecchie pellicole, di lenti di tutte le misure, di libri e cominciava a tracciare delle mappe particolari, una specie di insolito stradario delle relazioni sociali. Disegnava, sulle sue carte, le piazze ariose dove le persone sceglievano di incontrarsi per scambiarsi opinioni o per lavorare insieme ad un progetto, le scalinate che servivano per raggiungere un obiettivo e i ponti che si creavano tutte le volte che gli uomini riuscivano a superare le loro incomprensioni. Evidenziava poi le zone pericolose: i vicoli ciechi fatti da muri di diffidenza, i terreni franosi dei rimpianti, i campi minati dell’odio e c’erano perfino alcuni grattacieli, apparentemente perfetti come certe esistenze, che nascondevano, però una voragine di vuoto. Così metteva in ordine il suo materiale, sviluppava foto e trascriveva appunti, instancabilmente, fino alle prime luci del mattino, ma non c’era volta in cui andasse a dormire veramente soddisfatto del suo lavoro. Era così difficile catturare la bellezza…
Anche se gli altri animali del bosco lo ringraziavano ogni volta che proiettava i suoi filmati o spiegava le sue mappe, Archie rimaneva scettico riguardo al suo talento e nessuno riusciva a fargli cambiare idea.
Ma i pensieri hanno un misterioso potere, sembra che siano solo nella testa, invece vanno un po’ dove vogliono e se sono tristi allora sono guai. I pensieri del nostro eroe finirono tutti nelle sue ali e così, svegliandosi una sera, si accorse che non riusciva più a volare come prima ma solo in basso, in tondo, ripercorrendo sempre lo stesso breve tratto circolare, come fanno i condor quando puntano una preda anche se lui, sotto di sé, non vedeva che una grande pozza d’acqua scura e limacciosa. Gira e rigira, era sempre allo stesso punto; intanto le sere e le albe si susseguivano e più girava a vuoto e più si arrabbiava con sè stesso e con il mondo, mentre i suoi occhi mandavano tutto intorno lampi d’ira che squarciavano la notte. Alla fine, stremato, invece di ostinarsi a voler salire, decise di scendere e di avvicinarsi a quel lago che sembrava essere apparso dal nulla. Dapprima vide il suo riflesso tremolante nelle acque scure, poi piante acquatiche dalle strane forme, simili a tentacoli che sembravano volerlo ghermire e trascinare giù, finchè non si accorse che, sott’acqua proprio nel centro del lago, brillava una luce d’oro che appariva e scompariva come il barlume di una lanterna mossa dal vento .Spinto dalla curiosità, il pipistrello si legò con un elastico i suoi occhiali da aviatore trasformandoli in una maschera da sub, prese un bel respiro e si tuffò. Nuotando faticosamente verso il fondo, scoprì che quel chiarore proveniva da una specie di medaglione di vetro bordato d’oro. Lo raccolse e riemerse scrollandosi il fango dalle ali. Guardò meglio: era una lente. Mentre la osservava puntandola verso il cielo, un raggio di luna la attraversò proiettando un fascio di luce su una nuvola, come sullo schermo di un cinema all’aperto.
E così finalmente vide quello che non aveva mai visto.
Vide che, dopo averlo ascoltato, gli altri animali del bosco tornavano a casa ciascuno con un oggetto diverso, visibile solo a loro: alcuni con una bussola, altri con una pila, altri con un cannocchiale, altri ancora con un libro, qualcuno con carta e penna. Altri semplicemente con una domanda su cui riflettere ed erano forse i più fortunati. Poi vide se stesso, Archie, qualche tempo prima, sorvolare la periferia della città e puntare un riflettore nelle zone più buie e dimenticate, proprio là dove c’era più bisogno di luce e di speranza. In seguito apparve una strana nube, composta da tanti puntini scuri. Li riconobbe: erano i piccoli pipistrelli a cui, negli anni, aveva insegnato a volare. Essi si disposero in modo da formare la parola GRAZIE e poi sparirono velocemente, così come erano venuti. Infine ci furono i titoli di coda, solo due parole:
“ Abbi fiducia.”
Poi più nulla.
Archimede mise la lente nello zaino e si alzò in volo dirigendosi verso la sua grotta, pensieroso. Fino ad allora aveva cercato una direzione da seguire, aveva fatto del suo meglio e dato tutto quello che poteva ma, in quel preciso istante, sentì che poteva di fidarsi della misteriosa saggezza della vita. Per una volta provò ad abbandonarsi al vento, lasciandosi portare dalla brezza e finalmente si sentì leggero come un aquilone mentre l’orizzonte intorno a lui sembrava dilatarsi all’infinito.
Da quel momento in poi, un giorno dopo l’altro, attraversando tramonti infuocati, nuvole d’oro e sere azzurre, il pipistrello si accorse che le sue ali lasciavano scie luminose nell’aria, perché la bellezza, che era dentro di lui, si espandeva nel cielo come un arcobaleno.




