Oltre il mito di Flashdance

Si sente addosso gli sguardi degli esaminatori, occhi estranei e  sprezzanti che la pungono come spilli, trapassano la sua maglia morbida, i leggins e gli scaldamuscoli da ballerina. Ma parte la musica  e la sua bravura esplode, è una bomba di assoluto talento che fa tremare anche noi,  allora teenagers, che  guardiamo quel film. Mentre Alex, la protagonista di Flashdance, entra trionfalmente nell’Accademia di danza,   una domanda non detta ci brucia in gola: quando toccherà a me? Quando farò vedere a tutti quanto sono brava ? E in che cosa poi ? E quale sarà il mio palcoscenico?

Mi ci sono voluti anni per capire che quello di Flashdance è un mito, non perché storie simili non esistano, ma perché  talvolta il proprio talento lo si scopre attraverso un percorso tortuoso e accidentato e lo si realizza gradualmente, faticosamente, non grazie ad un’unica, meravigliosa, performance e soprattutto lontano dalle luci della ribalta.

Non è detto che ci sia una sola linea di confine, un evento di svolta che segna un prima e un dopo: fino a ieri non eri nessuno, oggi inizia la tua luminosa carriera, senti quanti applausi.

Per capire chi sei e quale contributo puoi dare al mondo, spesso devi stare a lungo nella penombra di un anonimo capannone industriale a cercare di assemblare, in un insieme armonico, i vari pezzi di te che via via scopri , proprio come la protagonista che di giorno lavora come saldatrice.  Imparerai a buttare quello che non ti serve, lucidare parti trascurate, provare, sperimentare, fallire, finchè non trovi qualcosa. Un’attitudine che ti viene riconosciuta, una capacità che tu hai e gli altri no, diventano frammenti di uno specchio in cui cominci a riconoscerti.  Sono lame di luce che scendono da vetri alti e impolverati: per un attimo fanno di quel posto il tuo palcoscenico e, soprattutto, ti indicano una direzione. Spesso  per seguirla bisogna affrontare molti ostacoli, ma il dolore della propria mancata realizzazione può essere intollerabile, specie per chi non si accontenta di un lavoro qualsiasi e vuole dare un senso a ciò che fa.

Qual è la posta in gioco?  Sentirsi finalmente nella propria pelle.

What a feeling!

 

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