La madre ritrovata

Inevitabile, quando invito i genitori a parlare dei loro figli, un accenno alla loro famiglia di origine. Sono soprattutto le donne ad aprirsi, a mettersi in discussione e spesso anche ad attribuirsi colpe che non hanno. Talvolta emerge in controluce il rapporto che hanno avuto con la loro madre: guardano ferite che ancora fanno male, rientrano in contatto con le carenze, il vuoto affettivo, il disinteresse  o l’egoismo che hanno caratterizzato chi le ha messe al mondo.  Ad esempio alcune donne hanno dovuto affrontare da subito una dolorosa inversione di ruoli: sono state costrette ad andare a lavorare giovanissime o non si sono mai potute permettere di vivere spensieratamente la loro infanzia o la loro adolescenza perchè loro erano quelle adulte e la mamma era “la bambina”, quella di cui bisognava, per motivi diversi, prendersi cura.

Quindi spesso la domanda principale è :”come posso essere una buona madre se io non ho avuto un modello adeguato a cui ispirarmi? Come posso dare affetto in maniera equilibrata ai miei figli se io non l’ho mai ricevuto e ancora soffro per questa carenza?”

La prima considerazione da dare è che quello materno è un archetipo, ovvero un’immagine senza tempo presente in tutte le culture, un’immagine che ogni donna si porta dentro, indipendentemente dalla sua esperienza di figlia.

Ogni essere umano incontra, lungo tutto il suo percorso di vita, molte altre “madri spirituali”, modelli femminili positivi ed accoglienti che possono colmare, almeno in parte, le sue carenze affettive.

Possono essere nonne, sorelle maggiori, zie, tate, educatrici, insegnanti. Queste relazioni sono un dono molto prezioso, permettono di nutrirsi prima di nutrire, di ricevere prima di poter dare, quando sarà necessario. A sua volta la maternità è soprattutto, come affermano alcuni autori, una qualità dell’essere, una caratteristica profonda che appartiene all’anima non all’ego. Una qualità che molte donne possiedono e che permette loro di essere madri, non importa se hanno generato figli oppure no.

Così, come una matrioska, ogni donna ne contiene molte altre: non a caso la bambola più grande si chiama madre e quella più piccola seme; un simbolo di fecondità  innanzi tutto spirituale.

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