Il cambio di stagione, nella mia famiglia di origine, era uno di quei rari momenti dell’anno in cui cercavamo di mettere ordine in una casa che tendeva naturalmente all’entropia.
Era un rito tutto al femminile (mamma, quattro figlie, talvolta la nonna) che, nell’età della crescita, sanciva un momento di passaggio e di trasformazione.
Aprendo i grandi sacchi di nylon dovevamo cercare, in un rotolare di naftaline, i nostri indumenti confusi con quelli delle altre sorelle. Riconoscerli era riappropriarci della nostra identità, ritrovare parti di noi impregnate di memorie in un’epoca in cui pressochè ogni giorno era un giorno da ricordare. Era il momento in cui scoprivamo di essere cresciute e perciò certe cose, che ci andavano strette, passavano in automatico alla successiva in ordine di nascita. E questo ritrovare e lasciar andare, così come il ricevere, l’adattare, il cucire e il mettere via i vestiti, avevano qualcosa di alchemico. Era un rito domestico che sapeva di trielina, di lavanda e di canfora, rassicurante non solo per il ripetersi dei gesti, ma anche per la presenza della mamma e della nonna che seguivano e accompagnavano la nostra progressiva metamorfosi da bambine a donne.
Con il tempo ho capito che ci sono cambi di stagione che non sono annunciati da eventi riconoscibili, sia che si tratti dei primi temporali di settembre, di cambiamenti fisici o di qualunque altro avvenimento “esterno” .
Ci sono confini che varchiamo che non sono segnalati da nessun cartello, semplicemente ci troviamo al di là senza neanche essercene accorti. Ci sono situazioni che ci vanno troppo strette, ruoli, ambizioni o preoccupazioni che lasciamo volentieri a qualcun altro perché ormai non ci appartengono più, li vediamo indossati dalle nostre “sorelle minori” con un misto di distacco e di sollievo.
Anche senza i fiori di lavanda, conserviamo con cura ciò che davvero ci appartiene e che è finalmente, unicamente, solo nostro.
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