E’ una sera di molti anni fa, i Parchi di Nervi si sono trasformati in un teatro a cielo aperto sotto le stelle di inizio estate; tra i cespugli di rose e le palme ci sono sette zone in cui vengono rappresentati i vizi capitali. E’ uno spettacolo itinerante, gli spettatori si spostano da un punto all’altro del parco, dove sono situati i vari allestimenti. Ogni volta mi faccio prendere dalla suggestione del momento e poi proseguo, è un passatempo piacevole ma nulla di più. E poi vedo quella scena: molti dettagli li ho dimenticati, non l’impressione che mi fece.
In una grande aiuola recintata, c’è un salotto borghese degli anni ’20: poltrone di velluto, un grammofono che suona, attori e attrici che sembrano divi di un film muto. Sono elegantissimi nei loro abiti di lino bianco mentre ballano, si sfiorano e si muovono in quello spazio in modo ripetitivo, incolore, senza una parola.
Sembrano fantasmi.
Nessuno si rivolge al pubblico, c’è solamente un’attrice che recita versi di Baudelaire
“Quando, come un coperchio, il cielo schiaccia l’anima…”
Un altro tempo, un altro spazio. Un luogo chiuso al resto del mondo, dove si sente solo una voce che commenta una scena, apparentemente lieta, con parole piene di disperazione.
E’ l’accidia, rappresentata come l’ostinazione a chiudersi in una bolla, a voler vivere in un tempo ormai concluso che si richiama continuamente alla memoria.
La stessa musica, gli stessi personaggi, gli stessi gesti ripetuti all’infinito. Ma è un tempo morto in noi, se il passato è l’unico luogo in cui viviamo e ci sottrae, come un’idrovora, tutta l’energia del presente.
Eccolo qua, l’ho riconosciuto: è questo il posto in cui ho abitato a lungo, perché c’è stato un tempo in cui ho vissuto proprio così. In quel salotto borghese c’ero stata anch’io, a scrivere pagine su pagine, a guardare sull’agenda di Snoopy le foto attaccate con lo scotch. Nello stereo sempre la stessa musicassetta, i miei pensieri un infinito ripercorrere momenti felici e irrimediabilmente perduti. Non mi schiodo da lì. I minuti, i giorni, i mesi mi scivolano tra le dita come sabbia di una gigantesca clessidra.
Fuori da quella bolla si susseguono le stagioni, ma il rigoglio della primavera o la brezza delle serate estive non mi arrivano, le persone che incontro sono ombre o anonime comparse perché io vivo in un non luogo, prigioniera della nostalgia; solo i ricordi sono tridimensionali ed hanno su di me un fascino ipnotico. Apparentemente è tutto come sempre, ma io abito altrove e nessuno lo sa.
Poi fortunatamente qualcosa si incrina. Non all’improvviso, no. Un graffio alla volta, una venatura alla volta, timidamente la vita recupera terreno, crea minuscole fessure, muove la polvere, richiama un desiderio di luce e di movimento. Vince. E mi fa uscire.
Sartre diceva che l’Inferno sono gli altri, nel mio caso sono gli altri a tirarmi fuori da lì, anche se non lo sanno .
La bolla si ridimensiona, diventa una di quelle palle di vetro con dentro casette e omini e la neve finta, un grazioso soprammobile da spolverare ogni tanto, se mi ricordo, perché non sento più la stessa musica ma il battito del cuore, il ritmo del presente che mi porta con sé come in una danza.
E’ diventata una parte del mio lavoro, aiutare le persone a uscire dai loro non-luoghi, da quegli spazi, visibili solo a loro, in cui vivono con i fantasmi dei loro rimpianti o delle loro paure o con le voci dissonanti della loro confusione.
A volte accorgersi di stare vivendo dentro una bolla è già un grande passo, è un vedersi dall’esterno e ritrovare la verità su di sé che può arrivare in un istante, come una folgorazione, un fulmine a ciel sereno in una limpida sera d’estate.
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