Insegnanti e maestri

Devo alla mia maestra delle elementari, una toscanaccia severa e brusca nei modi , se ho imparato a mettere in fila le parole e a farle scorrere, come faceva lei con le palline colorate del pallottoliere, quando ci spiegava le addizioni. All’epoca dovevi sapere a memoria tutto quello che studiavi: i capoluoghi di provincia, Oh Valentino vestito di nuovo e cosa si ricava dal maiale. Se ti dimenticavi delle setole o delle bacche di biancospino, finivi nei guai e a volte anche nell’angolo, con buona pace dei pedagogisti. A ripensarci oggi, mi viene da dire che i veri maestri sono un po’ diversi  perché, come suggerisce l’etimologia, hanno una marcia in più. Sono quelli che, quando parlano, fanno scomparire i banchi, la lavagna e la cattedra e ti portano altrove. Non ti propongono solo un punto di vista insolito, una lezione coinvolgente  o la scoperta di nuovi orizzonti, non si limitano a condividere le loro conoscenze, ma ti rivelano qualcosa che ancora non sapevi di te stesso.

Magari hai sedici anni e tutt’altro per la testa eppure, stranamente, ti trovi a   ripensare alle loro parole finchè non ti accorgi, a distanza di tempo, che esse ti  sono germogliate dentro, hanno lasciato una traccia e ti indicano una direzione da seguire, forse persino il dischiudersi di un talento.

Un maestro non è necessariamente un insegnante, ma è qualcuno che è per te fonte di ispirazione perché ha qualcosa di speciale che ti interroga, non importa se lo incontri  nelle pagine di un libro,  nelle sale di un museo o sul pianerottolo di casa tua.

Che cos’hai tu più di me? Come hai fatto a diventare così, a scrivere così, ad avere  questa capacità di ricondurmi a me stesso?  Come hai fatto a passare sventure di ogni tipo e a mantenerti sereno e pieno di saggezza? Come hai fatto a intuire le leggi dell’universo, a riappacificare una nazione divisa dall’apartheid, a comporre quella sinfonia?

Riconoscere un maestro è come fermarsi ad ascoltare un musicista ed accorgersi, con stupore, che fa vibrare le corde di uno strumento che ti appartiene e di cui ignoravi l’esistenza. Con tua grande meraviglia scopri che dentro di te c’è una cetra coperta di polvere che entra in risonanza con quella musica e suona a sua volta.

E finalmente cominci a capire chi sei e cosa vuoi: non vedi l’ora di diventare musica anche tu e di esprimere la melodia che sei.

E’ un lungo processo che richiede tempo, fatica, note stonate, audizioni in cui non ti hanno preso, pagine di spartiti disperse nel vento.

Finchè un giorno ti metti lì e suoni, semplicemente, come fanno loro, i maestri.

Segui il loro sentiero, il resto lo imparerai strada facendo.

In questi giorni in cui si riaprono le scuole, non posso che rivolgere un pensiero di gratitudine ai maestri e alle maestre che hanno illuminato il mio cammino e che hanno fatto della loro vita un’opera d’arte, ognuno a  modo suo.

Dedico questi versi a tutti loro, ma in particolare a mia mamma: insegnante, maestra e grande luce per noi e per tante altre persone.

“Accendere una lampada e sparire
questo fanno i poeti
ma le scintille che hanno ravvivato
se vivida è la luce
durano come i soli.
Ogni età una lente
che dissemina
la loro circonferenza”

Emily Dickinson

 

 

 

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