Nei giorni di tramontana tutto appare limpido e leggero: l’acqua è trasparente, il vento spinge lontano le vele, si ha l’impressione di poter spiegare nuovamente ali intorpidite. L’orizzonte si dilata, diventiamo vento e nuvole anche noi. La vita sembra lieve, fatta di spuma evanescente; ha lo stesso suono lieto dei sassolini che l’onda porta con sé, il rumore di una carezza.
Quando arriva lo scirocco, la risacca risputa sulla riva acqua torbida, grossi legni spaccati, rifiuti caparbiamente rimasti intatti, come grumi di cui non è possibile disfarsi, schegge di sofferenze antiche che riaffiorano nella memoria.
Quando lo scirocco soffia sulle nostre vite, la corrente ingombra la riva dei nostri pensieri con inquietudini che credevamo lontane e che invece ritroviamo, insieme a dolori nuovi e taglienti, cocci di vetro appena infranti.
A volte guardo questi relitti come si guardano persone che sappiamo ostili, a volte come fossero animali feriti. Mi capita di raccoglierne qualcuno come si raccoglie una moneta caduta per terra o come un messaggio da decifrare, scritto in una lingua sconosciuta.
E mi sembra confusamente di capire che la nostra vita sia tutta giocata tra il passaggio della tramontana e dello scirocco, tra una forza che ci spinge al largo e un’altra che ci inchioda alla riva. E che forse il segreto è sapere quando costruire zattere con quei legni che la marea ha portato e quando, invece, fermarsi ad aspettare che cambi il vento.




