“Quando un famoso circo giunse in città, un passante si trovò per caso ad osservare il frenetico viavai dei trapezisti e dei clown che si stavano preparando per lo spettacolo.
In mezzo ai trampolieri e ai domatori, vicino alle gabbie degli animali, l’uomo notò con una certa apprensione che un elefante era legato solo con una corda ad un paletto conficcato nel terreno e che gli sarebbe bastato un nulla per per liberarsi.
In quel mentre vide arrivare un signore in frac e in cappello a cilindro, il padrone del circo e, un po’ allarmato gli espose i suoi dubbi.
“Non si muoverà di lì e neppure proverà a liberarsi”- gli rispose il direttore tranquillo.
“Come può esserne così sicuro? Quel paletto non terrà!”
“Vede”- rispose questo accendendosi un sigaro-“lo abbiamo preso che era un elefantino e subito lo abbiamo legato a quel paletto con una cordicella. L’elefantino provava e riprovava a liberarsi ma senza riuscirci. Alla fine si è convinto che non ce l’avrebbe mai fatta e non ha più tentato di liberarsi. Quando è cresciuto abbiamo sostituito la cordicella con una fune ma in realtà, a tenerlo legato, è la convinzione di essere debole. Non sa di essere cresciuto, non è consapevole della sua forza, si crede ancora un elefantino. Il paletto è sempre lo stesso, lui no però ormai si è rassegnato. E a noi va benissimo così. “ .
Liberamente tratto da “L’elefante incatenato” di Jorge Bucay*
* Jorge Bucay. Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere, BUR Rizzoli Saggi




