L’inverno interiore è una stagione dell’anima che può avere diverse sfumature. A volte è un paesaggio ingentilito dalla neve in cui tutto dorme e ci fa sentire pacificati, altre è uno scorrere di identici fotogrammi in bianco e nero in cui nulla di nuovo accade, altre ancora una distesa di terra brulla e priva di vita, davanti alla quale si prova solo smarrimento se non disperazione.
I giorni pieni di sole sono un ricordo sempre più sbiadito, le foto che scorriamo sul cellulare ci mostrano estranei sorridenti in cui stentiamo a riconoscerci.
Durante questo periodo dell’anno, ora che anche l’ultima foglia è stata portata via dal vento, la natura ci si mostra nelle sue linee essenziali e strutturali, rivela ciò che rimane immutato nel fluire inesorabile del tempo e ci suggerisce di fare lo stesso.
Dobbiamo fare i conti con la nostra vulnerabilità, con il nostro bisogno di trovare riparo dalle intemperie della vita e allo stesso tempo accettare l’inevitabile confronto con la morte che è parte del nostro vivere. Non solo nel caso di un lutto, ma ogni volta che si chiude una fase della nostra esistenza, c’è un dolore che va ascoltato e che chiede spazio dentro di noi. Per questo, come gli alberi, abbiamo bisogno di sentirci saldi, interi, profondamente radicati in un terreno che ci nutre e ci sostiene.
Un percorso di crescita in un gruppo di persone che condividono questa esigenza è sempre stato, nella mia esperienza, l’inizio del disgelo, un apparire improvviso di bucaneve che ci apre di nuovo alla speranza.




