Autunno

Lo sento da lontano e lo riconoscerei tra mille, il rumore che fa il trolley nell’ultimo tratto di strada pedonale prima di arrivare a casa mia.

E’ un suono felice: c’è uno dei figli che torna, tra un istante il cigolìo del cancello dirà che è proprio arrivato, che è proprio arrivata.

Ritornano per soggiorni che sono sempre più brevi, il luogo dove hanno vissuto per anni diventa un po’ come la locanda d’altri tempi: si fanno riposare i cavalli, ci si cambia d’abito, si riprendono le forze e poi si prosegue il viaggio.

Si siedono. E quella che è adesso la loro vita mi arriva lieve e frammentata: un giorno sembra allegra come un tubo di cartone che scoppia e sparge ovunque coriandoli, un altro piena di buchi e di cose non dette, un altro ancora mostra spine nascoste e punge.

E ogni volta penso a quanto sia difficile trovare il modo per raccontarsi, il coraggio per aprirsi, specie se si ha paura del giudizio o se è già capitato,  come capita, di ferire e di essere feriti. Penso a quanto sia difficile comunicare l’affetto e a quanto amore rimanga inespresso perché non lo sappiamo dire, non lo sappiamo manifestare e non sappiamo accoglierlo quando c’è.

I giorni d’autunno hanno una loro saggezza: ci dicono che è il momento di ritrovarsi e allo stesso tempo di lasciar andare. Il loro essere sempre più brevi ci ricorda la fugacità della vita e il suo mistero, tema caro a molti poeti.

Ripensavo al cacciatore della poesia “San Martino” di Carducci, che osserva stormi di uccelli migrare al tramonto. Alle sue spalle il focolare, l’odore del mosto e lo sfrigolare dello spiedo fanno sembrare più lontani il fragore del mare in tempesta, il freddo e la nebbia di una piovosa giornata di maestrale. Così forse un giorno ci ricorderemo dei gesti, del calore del fuoco, delle parole anche banali che abbiamo scambiato, perché a volte è tutto quello che riusciamo a dare o a ricevere. Capiremo, prima o poi, che era quello stare insieme e condividere qualcosa a scaldarci il cuore e che è questa la parte più importante di ogni viaggio.  E che forse, anche il nostro voler bene, era nascosto in un silenzio che sapeva contenere l’urlo della mareggiata, la nebbia e il freddo delle nostre incomprensioni.

Ricorderemo, infine, che c’è stato un tempo, in un passato ormai remoto, in cui eravamo noi a volare via e anche allora c’era qualcuno a tenere il fuoco acceso aspettando il nostro ritorno.

Pochi giorni e il rumore del trolley questa volta si allontana: si confonde con quello di una macchina che parte, di un treno che attraversa la pianura, di un aereo che traccia distanze e scava un solco di tristezza dentro di noi.  Pochi giorni appena e quel suono felice diventa il suono della nostalgia.

 

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