Estate

“Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino del cuore”.

                                                     Pablo Neruda

Credo che ci siano testi, come per me questa “Ode al giorno felice”, che ci vengono incontro come certi giorni d’estate: non sei tu a cercarli, sono loro a trovare te. Arrivano inaspettati come certe folate di vento, come l’ultima curva di una strada di montagna che ti apre gli occhi ad un orizzonte sconfinato o come un’improvvisa promessa di felicità che senti pulsare in una manciata di parole.

Avevo trovato questa poesia scritta a mano, in un foglio piegato a metà, tra le pagine di un libro che avevo cominciato a leggere per caso. Non c’era il nome dell’autore né il titolo: ero molto giovane e pensai l’avesse scritta la persona che me l’aveva prestato.

Scoprii qualche tempo dopo che era opera dello scrittore cileno, ma da subito mi piacque la sovrapposizione tra la felicità e una qualunque giornata estiva, un giorno in cui non fai niente di speciale se non renderti conto, con tutto te stesso, di essere vivo.

L’estate come stagione interiore significa saper cogliere la pienezza della vita qualunque sia la forma in cui ci viene offerta: camminando scalzi in certe sere azzurre, come sognava Rimbaud, per farci punzecchiare dalle spighe di grano o ascoltando l’aria che canta come una chitarra, come dice Neruda. La nostra dimensione “estiva” è la capacità di assaporare ogni istante, come i frutti di bosco che troviamo lungo strade sterrate, ma anche la consapevolezza che, qualunque siano state le condizioni, abbiamo portato a maturazione qualcosa, abbiamo fatto un buon lavoro fuori di noi e dentro di noi. Possiamo finalmente fermarci, sostare in un tempo vuoto proprio nel colmo della pienezza dell’anno e sentire che essere vivi è tutto ciò che serve per farci sorprendere dalla felicità.

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