Ritorno al paese delle meraviglie

Forse lei lo sapeva già dall’inizio che non avrebbe dovuto rispondere a quell’invito: un cartoncino completamente bianco, con l’impronta di una zampa di coniglio visibile solo in controluce, alla fiamma di una candela.
Simpatico Bianconiglio, proprio come l’inchiostro che usava, una delle sue tante stravaganze. Alice però lo trovava anche imprevedibile e un po’ folle. Non l’avresti detto così burlone con quell’aria seria, il suo impeccabile panciotto, gli occhialini a pince-nez, i modi frettolosi di chi è sempre in lotta contro il tempo. Chissà se era il caso di accettare?
Ma d’inverno Londra è davvero grigia, le partite a bridge interminabili, noiose le ore passate dalla modista a scegliere fiori di stoffa per decorare i cappellini. Insomma, da quando era diventata una raffinata lady, Alice continuava a ripensare a quanto si era divertita, da bambina, nel paese delle meraviglie. Non fu difficile ritrovare la tana, nei pressi di Hyde Park, e poi eccolo, il ticchettìo di un orologio che si avvicinava. Fece in tempo a vedere una sagoma bianca che sfrecciava via e si infilava nel cunicolo e poi si mise a correre anche lei, finchè il terreno sotto i suoi piedi non cominciò a sprofondare. “Proprio come l’altra volta”- pensò –“eccomi all’entrata di Wonderland”.
All’inizio era elettrizzata, quello era un mondo così strabiliante! Poi, però, dopo un po’ di tempo, si sentì sempre più confusa perché si era dimenticata che là tutto cambiava di continuo, tanto che non si sapeva più cosa fosse vero e cosa falso. Un giorno era piccolissima, un altro gigantesca, un giorno decrepita, quello dopo una bambina. E quelle risate improvvise alle sue spalle, quei personaggi, uno più bizzarro dell’altro, che parlavano per indovinelli e non si riusciva a capire se si stavano rivolgendo a lei, alle altezzose regine delle carte o alla teiera! Non aveva importanza: in quel mondo dominato dal nonsense,  la sciocca era lei . Poi, dal nulla, si trovò dentro ad un processo: un giudice l’accusava di essere troppo bionda, troppo inglese e troppo Alice. Subito dopo vide marciare verso di lei le guardie reali, gli alabardieri a forma di carte da gioco e fu allora che cominciò a stropicciarsi gli occhi, smarrita.
Di colpo si ritrovò di nuovo seduta sulla panchina di Hyde Park, circondata da scoiattoli che la guardavano con aria interrogativa, mentre i fiocchi di neve si posavano lentamente sul suo grazioso cappellino.  Alice si riscosse, infreddolita, entrò nel caffè più vicino e, dopo aver scritto un biglietto, lo lasciò nel parco, accanto all’ingresso della tana. Sulla busta c’era solo il disegno di un orologio senza lancette, ma era sicura che sarebbe arrivato a destinazione.
“Caro Bianconiglio, tornare nel paese delle meraviglie è stata una vertiginosa corsa sulle montagne russe. Ho riso molto, perché delle situazioni così buffe e inverosimili, delle trovate così originali le ho viste solo laggiù. Però, capiscimi, non sono Wonder woman e nemmeno un sergente dei marines e questo continuo dovermi infilare nelle porticine, buttarmi giù a rotta di collo nei cunicoli e parlare con creature che mi rispondono a babbo è stato molto impegnativo. Un passo falso, una parola di troppo e qualcuno dà ordine agli alabardieri di scatenare l’inferno o al cappellaio matto di servire pasticcini avvelenati. A Wonderland, poi, tutti sono impegnati in giochi che hanno delle strane regole. Ad esempio si può fingere, cambiare le carte in tavola o mandarle direttamente a mozzare teste quando si è stufi di giocare.  In quel fantasmagorico regno si nasconde qualcosa di inquieto. Io sono stata al gioco ed ho accettato l’invito, ma forse mi dirai che non c’è mai stato nessun invito e anche questo fa parte del gioco. E quindi sì, a volte mi sono divertita, a volte proprio per niente. Ma ora devo andare, salutami tutti. Ciao.”

Alice si ripromise che, da allora in poi, avrebbe accettato solo giri in carrozza, the earl grey  servito con ottimi scones, giochi a carte scoperte e lettere scritte nero su bianco, con l’inchiostro vero. Wonderland aveva leggi proprie, questo era il suo limite e in parte il suo fascino; ripensando a quel buffo mondo forse le sarebbe sfuggito un sorriso, ma non sarebbe più tornata. Così riprese a camminare lungo il Tamigi e si fermò per un attimo a guardare Londra sotto la neve: anche la cara, vecchia Inghilterra non era male, dopo tutto. Aveva proprio l’aspetto di un paese incantato.

 

 

 

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