Li ricordo bene quei capricci inconsolabili. Quei pianti esagerati, inspiegabili, anche se una bambina di cinque anni e mezzo può piangere per mille motivi. Suo fratello le aveva di nuovo nascosto i pelouche, anche quella sera c’era il passato di verdura e poi basta cartoni, andate a dormire. Eppure le lacrime continuavano ed erano rabbia liquida ed incandescente. Alla fine, nel lettino, circondata dal suo zoo di pezza, sputava di getto quelle due parole, due rospi che schizzavano rimbalzando per la stanza con la violenza di due proiettili: “Pallino nero!”
Aaahh. Ecco cos’era. A scuola, in prima elementare, vi danno il pallino d’oro se vi comportate bene, altrimenti vi tocca quello nero. Non erano i pelouche rapiti, né la minestra e nemmeno i cartoni.
Sei triste, arrabbiata e hai paura che ti sgridino, ma sei piccola e non lo sai dire. Senti solo che quel pallino nero fa male, allora lo nascondi come fa il cane con l’osso, sotto i piccoli screzi di ogni giorno, sotto i motivi consueti che rendono i capricci accettabili. E poi, col tempo, ho capito che facciamo tutti come facevi tu. Non diamo il nome giusto alla nostra rabbia, al nostro dolore e alla nostra impotenza. Abbiamo centinaia di alibi ogni giorno, sono tante le cose che non vanno come vorremmo, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Eppure, a volte, rimane un‘inquietudine, qualcosa che non torna: ma perché me la prendo così tanto? No, non è quel problema e neanche quella lite…
Allora devi fermarti e rimboccarti le maniche, c’è un lavoro sporco da fare. Devi spalare fango, scendere dentro te stesso come se scendessi in miniera, là dove la luce è poca ma senti più forte il freddo e il disagio, finchè non ti trovi davanti a quell’emozione che hai cercato di camuffare, è quando la vanga scontra quella parete di roccia che non puoi neanche scalfire. A volte serve qualcuno che scenda con te in quel buio tenendo una torcia accesa, qualcuno che ti dica, semplicemente, prova a cercare laggiù. E’ difficile pacificarsi con il limite, eppure, questa guerra di unghie ogni tanto smuove il terreno e le pietre, fa scorrere di nuovo un ruscello dove prima c’era acqua stagnante. Nel fango più nero brilla, talvolta, qualche pagliuzza d’oro.




