A casa della mia nonna e delle mie zie paterne c’erano innumerevoli matassine di lana e rocchetti di tutti i colori così come aghi, puntaspilli, ferri da uncinetto, fettucce di raso. La piccola stanza con il manichino e gli scampoli di stoffa, le scatolette trasparenti piene di bottoni non esercitavano su di me nessuna attrattiva, anzi. Il lavoro a maglia, a cui ero stata costretta alle elementari aveva per me tutti i crismi della tortura. Ero convinta di non aver preso granchè dalle mie antenate sarte, ma con gli anni mi sono un po’ ricreduta. Spesso arrivano da me persone dentro “vestiti” che non sono i loro: troppo stretti, fuori moda, talvolta da modificare, talvolta da buttare via senza rimpianti. Alcune li indossano con disagio o con abnegazione, altre arrivano in maschera dicendo che quello è tutto ciò che hanno nell’armadio, si sono sempre e solo vestite così. Capita quindi anche a me di dover prendere attentamente le misure, ricucire strappi, disegnare cartamodelli, passare loro un abito nuovo, appena imbastito, da provare dietro il paravento. Ma mi capita anche di trovare persone che sono avviluppate e attorcigliate dentro metri e metri di gomitoli che, col tempo sono diventati resistenti come funi, si sono attaccati alla pelle e allora bisogna fare molta attenzione, non te la cavi con un colpo di forbice. Devi cercare il bandolo, recuperare quello che si può dalla matassa, aspettare che, uscendo da quel bozzolo, il loro corpo intorpidito ricominci lentamente a muoversi, a superare il disagio dell’immobilità e dell’abitudine all’impotenza.
L’involucro che Sofia aveva intessuto era di fili scuri e spessi, i fili del dolore di un lutto non ancora superato che si intrecciavano con altre sue questioni più recenti che strutturammo in obiettivi.
Durante i nostri colloqui vidi aprirsi un primo squarcio il giorno in cui mi mandò la foto delle sue scarpe da ballo nuove: aveva ricominciato a prendere lezioni di danza latino americana e scoprimmo, via via, che lo sport era per lei una grandissima risorsa. Quando correva, ballava o nuotava era davvero felice. Il corpo che ogni tanto le rimandava strani sintomi in realtà le stava dicendo :”occupati di me, io non sono il tuo problema ma la soluzione.“
Qualche tempo fa Sofia mi ha mandato un’altra foto: è lei raggiante, sorridendo addenta una medaglia d’oro, ha un’aria da bambina che dà il primo morso alla sua torta di compleanno. E’ diventata campionessa italiana di salsa ed ha voluto condividere con me questo suo momento pieno di soddisfazione.
Sei tutti noi Sofia, perché hai avuto il coraggio di dare spazio a quella ballerina che si nascondeva avviluppata da quel reticolato di dolore e di paura.
L’hai liberata, le hai dato fiducia e l’hai seguita. E’ quella parte di te che ti vuole bene, che sa di che cosa hai bisogno davvero; è quell’intuizione che ti spinge verso il benessere e la pienezza di vita.
E mi viene da pensare a quanto sia invece sempre presente la tentazione di rimanere nel nostro bozzolo di larve, dove rimangono, dimenticate o anestetizzate, le versioni migliori di noi.
L’abito che ci farebbe ballare alla festa della vita, rimane tristemente, indefinitamente in attesa sul manichino.




